Esperienze di Arte Pubblica in Italia

Esperienze di Arte Pubblica in Italia

– 1 –  Introduzione

Con questa rubrica intendiamo presentare nel corso delle prossime settimane alcune delle più importanti operazioni di arte pubblica che hanno caratterizzato il paese negli ultimi anni, ponendo l’accento su esperienze di genere molto diverso ma accomunate dal loro svolgersi nello spazio pubblico, sia esso cittadino o extraurbano. 

La definizione di “arte pubblica” nell’accezione con cui la esamineremo necessita però di ulteriori chiarimenti: non vogliamo trattare l’arte pubblica tout-court, ma limitarci a descrivere alcune operazioni più o meno recenti che hanno contribuito a portare l’arte su un territorio specifico, agendo a contatto e in relazione con le realtà presenti sul territorio stesso e con l’obiettivo di stimolarne e liberarne le peculiarità creative, di caratterizzare un ambiente, di riscriverlo o ridiscuterlo, di attivare la nascita di un rapporto ancora più stretto e incisivo tra quel luogo e la sua comunità di riferimento. 

Il dibattito sull’arte pubblica in Italia si è riacceso negli ultimi anni in particolar modo come effetto della presenza sempre più forte, attuale e – soprattutto – accettata della street art. Questa forma d’arte, etichettata fino a pochi anni fa come poco più che vandalismo, è salita alla ribalta e ha saputo conquistare l’acclamazione comune e ritagliarsi uno spazio importante nelle nostre città, diventando il frutto di un numero sempre crescente di commissioni. Ma quella della street art non è certo l’unica esperienza artistica che caratterizza il nostro paesaggio urbano. 

Guardando per un momento all’indietro, possiamo tranquillamente affermare che è impossibile immaginare le nostre città senza arte pubblica. Il popolo italiano vive in un contesto urbano pervaso di arte di ogni epoca. Imperatori romani, principi, papi, banchieri: tutti hanno compreso la forza del linguaggio degli artisti per affermare e rafforzare il proprio potere secolare. Gli artisti sono in grado di abbellire le città e al tempo stesso di parlare alla gente attraverso stimoli visivi. Facciate monumentali, complessi scultorei, grandi fontane: le migliaia di monumenti che nei secoli hanno reso unico il panorama urbano italiano restano tuttavia espressione di un linguaggio subordinato alle regole della committenza. Quei monumenti non sono tanto espressione del linguaggio di una città e – di conseguenza – di chi la abita, quanto piuttosto la traduzione visiva di un messaggio rivolto alla città da parte di chi, al suo interno, detiene un potere politico o economico. 
Il processo di conquista di un’autonomia intellettuale da parte degli artisti si avvierà a partire dal Settecento e si concluderà solo con le sperimentazioni delle Avanguardie e – con forza ancora maggiore – dopo la caduta delle grandi dittature novecentesche. 

In particolar modo, in Italia, è il movimento del ‘68 a scandire definitivamente l’affermarsi di un’arte pubblica capace di essere realmente espressione di un luogo e di chi lo abita. I gruppi di contestazione, i collettivi, gli spazi autogestiti e i comitati di quartiere dialogarono a stretto contatto con gli artisti che, attraverso opere e manifestazioni di carattere molto diverso, furono capaci di dar voce alle tensioni sociali di quegli anni. Mai come allora gli spazi urbani si fecero teatri delle trasformazioni politiche e sociali e l’arte seppe dare efficacemente testimonianza di queste pulsioni. Ad emblema di tutto ciò la scelta di Raffaele de Grada e Enrico Crispolti di dedicare una sezione della Biennale di Venezia del 1976 al tema “Ambiente come sociale”. 
Così come il ‘68 seppe scandire la nascita di tanti movimenti di questo genere, allo stesso modo la fine degli anni ‘70 mise quasi completamente a tacere l’idea della partecipazione e l’interesse degli artisti nei confronti dello spazio pubblico. Solo gli anni ‘90 hanno saputo riaccendere questo interesse in un fitto coacervo di esperienze e azioni che ci hanno condotto fino ai giorni nostri. 

Fare arte pubblica oggi in Italia è tutt’altro che semplice: se, da una parte, le istituzioni museali si interessano sempre più a un’uscita dell’arte dallo spazio rigidamente delimitato del museo, nell’ottica di “invadere” la città per coinvolgerne gli abitanti e generare spazi di relazione, e dall’altra le committenze pubbliche supportano economicamente associazioni e realtà che cercano di portare l’arte nello spazio urbano, spesso le finalità di operazioni di questo genere sono dettate da trend misurabili in senso utilitaristico: introiti economici, biglietti venduti, like sulle pagine social. 
Conseguenza di questo atteggiamento è una discontinuità che priva spesso queste iniziative di una programmazione in grado di portare risultati reali in termini di politica culturale dello spazio pubblico. Non ci si sorprenda, allora, se nel pensiero comune si arriva sempre più a ritenere che la cultura non serva in quanto “non utile”. L’arte pubblica non può essere vista come una semplice operazione decorativa che mette sullo stesso piano la scelta di posizionare un’opera d’arte in una piazza e quella di piantare un albero in un’aiuola. Fare arte pubblica, nell’accezione con cui la intendiamo, significa lavorare per recepire e intercettare un bisogno di arte e cultura che parta da una comunità e che vada a coinvolgere quella stessa comunità nella definizione dei contenuti di un progetto, in modo che un processo orizzontale e partecipato vada a sostituire la verticalità di una committenza tradizionale. In questo modo la committenza pubblica può essere realmente committenza sociale
In che termini si misurano, allora, i risultati di un’operazione del genere? Non abbiamo una risposta certa, ma riteniamo che la partecipazione possa essere, in primo luogo, il mezzo per la produzione di un significato e di un messaggio condiviso. Attraverso la partecipazione le persone sono infatti chiamate ad assumere la responsabilità delle scelte, sapendo che queste hanno effetto sulla collettività. Le persone in questo modo diventano attori di processi di crescita collettiva e contribuiscono attivamente a plasmare lo spazio che vivono e abitano ogni giorno, contribuendo così alla sua stessa crescita, tanto culturale quanto estetica. 

Attraverso questa rubrica proveremo a raccontarvi alcune esperienze attraverso cui questi risultati sono stati realmente, in parte o del tutto, ottenuti. 

Immagine: La Grande Sete, Vinci/Galesi, Palermo, 2018; Fonte: artslife.com

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